
ANNA
Una volta al mese ho un appuntamento fisso con Anna, la mia estetista da sempre. Nonostante io non abbia più una vita sociale amo andare da lei.
Ambiente pulito, musica rilassante, Anna e’ la classica donna dello scorpione. Non che io creda all’oroscopo, ma trovo spesso un filo rosso che contraddistingue le persone dello stesso segno. Anna e’ testarda, buona, dolce, ma non provare a farle del male perchè ti colpisce con il suo pungiglione, e vi assicuro che sa ferire! Anna e’ anche bellissima, dentro e fuori.
Da qualche anno il suo istituto di bellezza si trova all’ottavo piano di un grande palazzo in centro. Inizialmente lavorava in tre piccole stanze in una casa di campagna. Anna si arrangiava a far tutto, dalla manicure ai massaggi, alle pulizie. Grazie alla sua bravura e professionalità, il lavoro le regalava grandi soddisfazioni. Dopo profonde riflessioni aveva deciso di fare il grande passo: investire guadagni ed energia per trasferire il suo centro estetico in una location migliore, più elegante e soprattutto più spaziosa.
MANI
La decisione di prenotare una manicure, era frutto di una lunga meditazione sulle mie mani. Quelle stesse mani che sudavano, tremavano, diventavano di ghiaccio ogni volta che la paura prendeva possesso della mia mente.
Il mio corpo era l’espressione perfetta della mia ansia. Unghie mangiucchiate, occhiaie profonde, mal di testa insopportabili e stomaco bloccato. Partendo dalle unghie, parte minuscola del nostro corpo, avrei tentato di distruggere i perversi ingranaggi della mia mente.
Ottima inizio, direte voi, da qualche parte bisogna pur cominciare, se non fosse che per arrivare da Anna, all’ottavo piano, dovevo usare l’ascensore con il terrore che il panico apparisse improvvisamente come un fantasma di notte. Un respiro profondo, una preghiera e schiaccio il pulsante. Sento un rumore di ferraglia e la mia mente corre subito ad immagini di rotture, di disastri. “Che Dio me la mandi buona” sono le uniche parole che riesco a sussurrare.

Appena le porte dell’ascensore si spalancano, mi catapulto dentro a quella scatola infernale che sale e scende appesa a delle funi di acciaio. Di fronte a me lo specchio rimanda una figura che stento a riconoscere. Non c’è nessuno con me, sono io quella figura riflessa. Questa salita la devo affrontare da sola. Giro la testa lentamente perchè ogni movimento, assieme al mio corpo che non vuole smettere di tremare, rischia di farmi cadere.
Con gli occhi pieni di lacrime, spingo il tasto 8. Otto e’ il segno dell’infinito, come infinita sembra essere la mia attuale situazione. Otto, una linea continua che si allontana per poi incontrarsi al centro. Forse devo allontanarmi dalla mia quotidianità, dalla mia vita per ritrovarne una di nuova , una in cui il centro è qualcosa di diverso. Otto e’ anche il numero del giorno in cui il mio Maestro è rinato da morte, come promessa di vita nuova che possiamo avere già qui ed ora.
Otto sono anche i giorni che sempre lui, il mio Maestro, lascia i suoi amici da soli. Dopo otto giorni infatti decide di tornare, di farsi ritrovare, di farsi vedere di nuovo e in modo nuovo. Un’assenza riempita da una nuova forma di se.
FORSE
Forse c’e’ un filo sottile che mi lega con ciò che io considero Parola Sacra, forse qualche messaggio mi sta arrivando dal cielo. Forse devo allontanarmi dalla mia vita per rinascere, per iniziare una muta, una trasformazione, un nuovo cammino, per diventare una nuova me.
Nel vortice di queste riflessioni, non mi rendo conto che l’ascensore ha iniziato la sua salita.
Il sottile rumore dell’aria che filtra tra le fessure, mi riporta alla realtà e mi accompagna per pochi interminabili secondi. Lotto con tutte le mie forze per non fissare l’attenzione su quel fischio quasi impercettibile, ma estremamente inquietante. Ritiri e veglie, pranzi, cori e canzoni. Ripenso ai bei momenti in parrocchia, sensazioni dimenticate e soffocate per troppo tempo riaffiorano timidamente dandomi nuovo ossigeno. Mi giro lentamente per guardarmi allo specchio e, in quella me che stento a riconoscere, mi pare di veder nascere un piccolo sorriso.
LUCE
“Apertura porte”, una voce femminile poco aggraziata mi riporta alla realtà e annuncia che tra meno di un secondo potrò uscire da questa scatola infernale. Davanti a me vedo un piccolo movimento, le porte che si dividono, la luce naturale che entra a poco a poco all’interno di questo posto angusto. In questa sorta di cella, fredda ed insignificante, terribilmente paurosa per me, nel flebile movimento delle porte, riconosco una parvenza di cambiamento che può avvenire anche nella mia vita.

Quante volte avevo tentato di andare oltre, di superare con un perfetto salto in lungo tutto ciò che mi portava a restar immobile nei miei dolori. Esattamente come quando da bambina giocavamo al gioco dell’oca. Se arrivavi al “ritorna al via” facevi di tutto per saltare più in là, barando per vincere. Uno-due-tre e appena realizzavi che quella casella, quel ritorna al via sarebbe stata la tua casella, inventavi subito una scusa per tirare di nuovo i dadi. Ed era in quei momenti che decidevi chi potevi considerare veramente il tuo amico del cuore. Chi non si sarebbe opposto al nuovo tiro era l’unico con cui avresti condiviso ogni segreto.
SPIRAGLI
Che strana la vita. Le cose migliori arrivano spesso quando ormai hai perso la speranza e hai quasi gettato la spugna. Un semplice numero in un grigio ascensore in un condominio del centro, ha incredibilmente innescato nella mia mente contorta una novità, ha aperto spiragli di speranza.
Arrivo da Anna trattenendo il respiro. Per la prima volta dopo molti mesi un sentimento simile alla felicità mi sta facendo battere forte il cuore, non più per paura ed ansia, ma per qualcosa che brilla di luce nuova.