
Sento una musica, ma fatico a comprendere cosa sia. Apro gli occhi come se arrivassi da un altro mondo, da un pianeta lontano e mi guardo intorno. Dopo mezzo secondo la mia mente inizia a ricordare. Sono sul divano, disperata ed in preda ad uno smarrimento totale. Il cellulare continua a squillare, sullo schermo appare il numero che poche ore prima, carica e decisa, avevo composto. Respiro profondamente e rispondo. E’ lei, la psicologa. Si scusa per non aver potuto rispondere subito alla mia chiamata, ma era impegnata con un paziente.
Che sciocca sono stata! La mia perversa immaginazione aveva subito disegnato un quadretto perfetto per lei, la paura, mia compagna di viaggio. “Non ti conviene lottare, tanto nessuno potrà mai staccarti da me” questo era quello che mi sentivo mormorare dentro mentre attendevo che qualcuno dall’altra parte del filo mi rispondesse.

FILI AGGROVIGLIATI
Sono giunta ad un punto della mia vita in cui mi pare di non aver più le forze per ribellarmi, di non conoscere più nessun mezzo che funzioni, che srotoli questa matassa di pensieri ed emozioni. Confido solo in un aiuto esterno, anche se forse starei meglio dentro al mio bozzolo. Ecco, questo pensiero mi sta perseguitando. Da quando, caricata dalla chiacchierata con Alba, ho preso la mia decisione, una domanda continua a far capolino. Veramente tentare di cambiare mi può far star meglio? E’ una continua lotta, tra la parte di me che non può più stare ferma, immobile dentro ad un buco nero e l’altra che se la ride e divertita dichiara che nessuno potrà mai far mutare nulla.
La dottoressa intanto mi chiede di raccontarmi un po’. Cosa posso raccontare ad una sconosciuta? Mi posso già fidare? E poi chissà che penserà di me. Di certo non le posso aprire subito il mio cuore.
Come istantanee rivedo il mio passato. Potrei scrivere un elenco del telefono mettendo assieme tutti i nomi delle persone che mi hanno tradito, usato, abbandonato, sbeffeggiato e sfruttato. No, non posso correre il rischio di aumentare la mia sofferenza, non ho la forza di affrontare un altro tradimento, meglio aspettare prima di abbassare la guardia.
“Non c’è molto da raccontare” le spiego mentre trattengo le lacrime e faccio di tutto per non far tremare la voce “sono semplicemente e costantemente in preda al panico”. Fortunatamente non mi dice nulla, nessuna reazione dall’altra parte del telefono. Mi rendo conto che se avessi percepito anche un piccolo sospiro, avrei abbandonato
definitivamente la nave e la partita l’avrebbe vinta la mia odiosa compagna.

Fissiamo un appuntamento per fine settimana. Lo studio della psicologa non e’ lontano da casa e questo mi infonde un po’ di coraggio. Da molti mesi infatti non guido più, se non per fare i 500 metri che separano casa dal lavoro ed in quel tratto di strada c’è anche il supermercato. A dir la verità, ultimamente anche al supermercato preferisco aver qualcuno accanto. E’ stato terribile quel pomeriggio in cui ero in fila alla cassa, un paio di persone davanti ed un’altra dietro di me. Apparentemente tutto normale, invece improvvisamente e senza alcun motivo ho sentito il cuore che impazziva, la gola che si chiudeva come se la persona che attendeva dietro di me avesse deciso di strangolarmi e farmi fuori per accorciare la fila. Un caldo insopportabile, le mani che iniziano a tremare. Cercavo di fissare la mia attenzione sul telefonino, controllando i minuti che passavano, pregando ed attendendo impazientemente il mio turno.

ITE, MISSA EST
Anche la mia partecipazione alla messa era subordinata all’affluenza. Esattamente come quando ci sono le votazioni. Chi si occupa di analisi di mercato utilizza i mezzi più strani per sondare e prevedere l’affluenza alle urne. Io invece facevo i miei calcoli sulle messe. Ero diventata una sondaggista perfetta, avevo inventato una mia formula personale. Festivo e feriale, mattina e pomeriggio, stagione, sacerdote, catechismo, feste solenni e via di questo passo. Mi costruivo mentalmente uno schema, riempiendo gli spazi con delle croci. Quando le croci abbondavano io evitato quella parrocchia e quell’orario.

APPUNTAMENTO
Al mio medico di base, che mi conosceva fin da bambina, in un attimo di confidenza, avevo raccontato tutti i miei viaggi mentali e quello che provavo. Li aveva definiti piccoli attacchi di panico e mi aveva consigliato di fare yoga. Da quel giorno un tarlo si era insinuato dentro di me ed avevo iniziato a considerarmi una malata mentale. E’ sconvolgente quando ti accorgi che quello che a te sembra una catastrofe per il mondo non lo è. Si imprime in ogni fibra del tuo corpo, ogni piccolo pezzettino sembra intriso di paura. Le prime volte tenti di scrollartela di dosso, ti dimeni un po’come faceva il mio cagnolino al vedere il guinzaglio. Nei momenti in cui ti senti più forte provi anche a digrignare i denti, ma poi il fiato si fa corto e molli la presa. Naturalmente non accettai il consiglio del mio medico e rimasi fissa con il pensiero ai miei attacchi di panico.

Però questa volta prima del weekend una sfida a tre mi aspettava. Io, lei e la psico.